/ Research di: Davide Mariani

Algoritmo come Eidos

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Così come i numeri e le idee, lʼalgoritmo appartiene ad una particolare sfera dellʼinvisibile: quella del puramente astratto, concettuale, relazionale.
Nella creazione generativa di forme o modelli e, quindi, nellʼutilizzo di un codice che ri-combina elementi a-significanti per arrivare ad una manifestazione complessa percettibile, ci troviamo di fronte al passaggio da informazione a forma. Qualcosa di invisibile, come lʼastrazione matematica di un algoritmo allʼinterno di un software, genera qualcosa di visibile su uno schermo. Pensando alla successione di elementi puramente informativi che evolve nellʼorganismo vivente, è immediatamente visibile il legame con la biogenetica moderna: il rapporto tra algoritmo digitale e forme sullo schermo è lo stesso che si riscontra tra DNA ed organismo. Ancora, considerando gli eventi e ipotizzando la possibilità di realizzare una sorta di mapping del loro patrimonio genetico, è possibile scorgere da questa angolazione anche dinamiche sociali, mutamenti urbani, quadri politici, correnti di pensiero. Ma possiamo davvero ridurre la morfogenesi, intesa come generazione di forme emergenti, allo sviluppo di una sua prefigurazione virtuale tramite elementi di informazione?

I greci spiegavano la morfogenesi tramite tre termini: morphe, cioè la forma in quanto effetto riconoscibile e oggetto di percezione, ule, materia inerte e trasformabile, ed eidos, idea generatrice della forma. Eidos è il principio di mutazione di ule nel suo giungere a morphe, è ciò che fa si che una cosa sia quel che è, e senza la quale perde significato.
Poiché non esiste una materia inerte, ma piuttosto un insieme di elementi informativi che, combinati, innescano il divenire altro e il lento trapassare di ogni cosa con improvvise condensazioni riconoscibili[1], lʼalgoritmo è lʼeidos che conduce alla forma.

Se si resta sul piano astratto, è possibile individuare un rapporto deterministico tra un passaggio e lʼaltro del processo, ma quando si passa alla sfera materiale della vita, della relazione o semplicemente della visualità, dobbiamo necessariamente renderci conto della indeterminabilità del divenire. Lʼalgoritmo, in quanto codice e contesto di a-significanti, è assolutamente deterministico; al contrario, i dati su cui il codice lavora non sono mai noti con precisione assoluta.
Nellʼevoluzione da codice informativo a forma, quindi, per lʼaccumularsi di condizioni generative e di relativi effetti, il salto di dimensione non ha carattere di tipo deterministico. In sostanza, lʼutilizzo di software e di algoritmi digitali consente di tendere ad unʼindagine sempre meno approssimata della complessità del reale attraverso una pressoché infinita possibilità di gestione delle informazioni, ma, mentre la definizione dellʼalgoritmo è assoluta, quella della forma è entropica e senza possibilità di stima di tale entropia.

La forma, perciò, è una potenzialità che non si realizza se non tramite lʼeidos, ma seguendo anche variabili del divenire forma non necessariamente appartenenti ad esso. Il campo di forza delle potenzialità implicite nellʼinformazione è corpo senza organi, scelta tra alternative che la materia compie continuamente su una tavolozza di possibilità che si offrono nellʼinterazione tra codice e ambiente[2].

Pensare lʼalgoritmo è tendere alla codificazione del reale.

Note


  1. F. Berardi “Bifo” – A. Sarti, Run: forma, vita, ricombinazione, p. 26, Mimesis Edizioni, 2008, Milano – Udine  ↩
  2. Ibidem  ↩