/ Art/ Events di: Andrea Nepori

DevArt e l’esclusione dell’Italia dalle competition globali

devart

Dal 3 luglio 2014 al 14 settembre 2014 il Barbican Centre di Londra ospiterà la mostra “Digital Revolution”, che punta ad essere “la più estesa presentazione della creatività digitale che si sia mai tenuta nel Regno Unito”.

E’ una mostra ambiziosa, un amalgama di artisti di aree diverse, accomunati dalla natura interattiva e digitale delle loro opere. Fra le varie commissioni prevista ce n’è una particolarmente interessante per gli artisti digitali emergenti, che nasce da una collaborazione con Google e va sotto il nome di progetto DevArt, Art made with code.

Dal sito ufficiale dell’iniziativa:

“DevArt is a new type of art. It is made with code, by developers that push the possibilities of creativity and technology. They use technology as the canvas and code as the raw materials to create innovative, engaging digital art installations. DevArt is the opportunity to open their creative process, share their art with the world and be a part of a new movement in art.”

Google e il Barbican sceglieranno dieci finalisti e infine un solo artista (o una coppia) cui verrà fornito un budget di 25.000 sterline e commissionata un’installazione per la mostra Digital Revolution.

Il progetto DevArt e la competition si inseriscono nel solco di una nuova diffusa consapevolezza dell’importanza del codice – che non è più, ormai, disciplina da “nerd” – e sono una declinazione artistica di quella nuova spinta culturale che negli ultimi anni ha generato un numero crescente di iniziative globali atte a favorire l’approccio alla programmazione[1].

Nel caso specifico, DevArt è un’ottima occasione di visibilità per tutti gli artisti interattivi e digitali d’Europa e del mondo.

O quasi. Meglio scrivere così:

DevArt è un’ottima occasione di visibilità per tutti gli artisti interattivi e digitali d’Europa e del mondo, esclusi i residenti in Italia.

Except for Italy

Il regolamento del concorso è chiaro fin da subito:

CONTEST IS OPEN TO RESIDENTS OF THE 50 UNITED STATES, THE DISTRICT OF COLUMBIA, AND WORLDWIDE (EXCEPT FOR ITALY, QUEBEC, CUBA, IRAN, SYRIA, NORTH KOREA, and SUDAN).

Il caso di DevArt non è isolato. Basta una veloce ricerca su Google per scoprire che “Except for Italy…” è una formula comune nei regolamenti di un gran numero di concorsi internazionali, artistici o finalizzati ad una produzione di “opere di ingegno” nel senso più ampio della locuzione.

Ma perché l’Italia e il Quebec sono sullo stesso piano di paesi dittatoriali o dilaniati dalla guerra e dalla povertà?

Se lo sono chiesti anche in Canada, in un’altra occasione. Per il Quebec, la motivazione non è da ricercarsi nella mancata tutela dei diritti umani o in una qualche discriminazione nei confronti dei canadiens che ancora parlano il francese.
Il problema è piuttosto da ricondursi ad una normativa del 1978 istituita per regolare i contest ed assicurare che i vincitori ricevano quanto pattuito.

In un articolo dell’ottobre 2013 sulle analoghe limitazioni imposte nel regolamento di un concorso fotografico di National Geographic, The Canadian Press[2] scrive:

“Some of those rules include deposits for certain contests depending on where they’re being held; registering advertisements before contests begin; and allowing the government to mediate any lawsuits that may stem from contests.
Given those rules and the potential costs associated, some sponsors aren’t willing to deal with Quebec, despite the fact it remains the country’s second-most-populous province.”

Non è difficile immaginare che per l’Italia il problema di fondo sia lo stesso, a meno che nel nostro Paese non sia in atto una guerra civile, non sia salito al potere un dittatore comunista o non si sia instaurata una dittatura islamica a nostra insaputa.[3]

dev art works

No Contest

La normativa italiana che regola i concorsi a premio è il DPR 26/10/2001 n. 430 (PDF) secondo cui sono “concorsi a premio” tutte quelle iniziative e manifestazioni pubblicitarie per cui l’attribuzione dei premi dipenda dalla sorte, dall’estrazione tramite congegno, dalla rapidità dei partecipanti ad adempiere a determinate condizioni stabilite dal regolamento o ancora:

dall´abilità o dalla capacità dei concorrenti, chiamati ad esprimere giudizi o pronostici o a rispondere a quesiti o ad eseguire lavori la cui valutazione è riservata a terze persone o a commissioni;

Che cosa bisogna fare, dunque, per ottemperare alla normativa vigente nel nostro Paese nel bandire un “concorso a premi”?

Il sito della camera di commercio di Viterbo riporta in maniera esaustiva la trafila, lunga ma non impossibile, che non riprendo qui per questioni di spazio e pietà nei confronti del povero lettore.

In breve: per indire un concorso a premi è necessario versare una somma pari al montepremi finale del contest e presentare la prova di tale versamento, compilare dei moduli specifici, prevedere l’esistenza di un rappresentante nel nostro paese (serve un soggetto fiscale e legale cui fare riferimento per eventuali controversie, insomma) e ovviamente depositare il regolamento ufficiale. Dal 2001 l’ente preposto a ricevere tutto quanto è il Ministero dello Sviluppo Economico e delle Attività Produttive.

La cauzione versata dal banditore resterà congelata a garanzia e non potrà essere utilizzata per il pagamento dei premi. Solo successivamente alla premiazione verrà svincolata e restituita, tramite richiesta da inviare al Ministero.

“Ci sono anche norme specifiche sui concorsi a premi veri e propri che pongono ulteriori limiti,” mi spiega Massimiliano Ferrari, di MaxMarketing.it (Gplus), agenzia specializzata nell’organizzazione e gestione dei concorsi a premi per conto delle aziende. “Il primo è il principio di territorialità. L’art. 3 c. 6 del D.P.R. n. 430 del 26/10/2001 recita che ‘Le attività relative allo svolgimento delle manifestazioni a premio sono effettuate nel territorio dello Stato ad eccezione delle attività connesse al confezionamento dei prodotti realizzate al di fuori di detto territorio’. Ciò significa che il server dal quale viene gestito il sito web dedicato al concorso a premi dovrebbe essere ubicato in Italia. In secondo luogo l’erogazione di premi in denaro nei concorsi a premi è vietata dall’art. 4 del citato DPR (è una riserva per i giochi e lotterie dei monopoli di stato)”.

Un meccanismo che ha lo scopo di tutelare i vincitori, certo, ma che secondo alcuni pareri non prevede esenzioni abbastanza aggiornate per i concorsi con premi di piccolo valore[4]  e che di fatto raddoppia l’investimento necessario per avviare un concorso nel nostro paese.

Eccezionale veramente?

Compromessi accettabili se a bandire il concorso è un’azienda che vuole pubblicizzare – promozionare, in gergo – i suoi prodotti.

Ma come è possibile, vi chiederete, che non sia prevista un’eccezione chiara per i concorsi di idee, i premi letterari e  più in generale tutti quei contest che prevedano la realizzazione di un’opera artistica come nel caso di DevArt?

E’ prevista, eccome, nell’articolo 6, comma 1, del medesimo Decreto del Presidente Della Repubblica:

[non sono da considerarsi manifestazioni a premio i] concorsi indetti esclusivamente per la produzione di opere letterarie, artistiche o scientifiche, nonché per la presentazione di progetti o studi commerciali o industriali, nei quali il conferimento del premio ha carattere di corrispettivo di prestazione d’opera o rappresenta il riconoscimento del merito personale o un titolo d’incoraggiamento nell’interesse della collettività

Il problema di fondo è capire se l’iniziativa DevArt rientri oppure no in questa eccezione, perché gli artisti non ricevono in premio un compenso per l’opera realizzata per partecipare al concorso, bensì una commissione e un finanziamento per realizzarne un’altra che verrà esposta alla mostra Digital Revolution. Il comma 1, qui sopra, sembrerebbe escludere DevArt dagli obblighi previsti per le manifestazioni a premio ma l’interpretabilità del decreto, in questo punto, è al suo apice.[5]

E infatti Google la pensa diversamente. Per saperne di più ho chiesto ai diretti interessati e ho ottenuto una conferma che va in questa direzione, anche se non dirime del tutto la questione:

“Ci spiace che gli utenti italiani non possano partecipare a questa iniziativa,” dice Simona Panseri, portavoce di Google Italia, “ma in effetti la non ammissibilità dei residenti in Italia è legata alla specificità dei regolamenti italiani per i concorsi”. 

Insomma: per evitare qualsiasi complicazione legale, vista la natura parzialmente interpretabile della nostra legislazione, Google e il Barbican hanno preferito la soluzione più semplice, ovvero l’esclusione dell’Italia dalla lista dei paesi ammessi alla competizione.[6]

Dev art work graphic

Conclusioni

Il quadro è abbastanza chiaro. Da una parte c’è la legislazione italiana, pensata per tutelare i consumatori ma restrittiva, inadatta nel caso di manifestazioni organizzate via Internet e troppo interpretabile quando si tratta di determinare l’effettiva natura di un’iniziativa a premio.

Dall’altra una corporation internazionale che per evitare qualsiasi problema decide di escludere da una competizione artistica tutti i residenti italiani, sulla base  di una cautela che, alla luce di quello che sappiamo, potrebbe forse apparire eccessiva.

Dico “alla luce di quello che sappiamo” perché, nonostante una mia richiesta di ulteriore chiarimento, ad oggi Google non ha specificato le ragioni legali della scelta, confermando solamente che essa è legata alla “specificità dei regolamenti italiani”. Non ci è dato sapere, cioè, se la cautela mostrata da Google è motivata da pareri ufficiali o precedenti legali di cui non siamo a conoscenza.

Note:


  1. Un esempio “mainstream” per capire di cosa si parla: la “hour of code” indetta per la Computer Science Education Week statunitense (9–15 dicembre 2013) che ha annoverato fra i propri promotori e testimonial il Presidente Obama e Mark Zuckerberg.  ↩
  2. L’articolo si può leggere sul Toronto Star. Le autorità del Quebec sostengono che la decisione di escludere la regione dal quel concorso sia frutto di un errore, perché non erano previsti premi in denaro. Interessante notare che quel concorso del National Geographic era valido in Italia.  ↩
  3. A lasciare già intendere che la triste sorte degli artisti digitali residenti in Italia sia legata a queste complicazioni normative è la dicitura “and where prohibited by law” presente nel medesimo paragrafo che esclude l’Italia. ↩
  4. A sollevare per primi il problema della normativa poco adatta alla nuova era di Internet sono stati i blogger italiani. La normativa impedisce infatti anche la realizzazione “de-regolata” di semplici “giveaway” che prevedano premi del valore di poche decine o centinaia di Euro, una forma assai utile per guadagnare visite e lettori, molto diffusa all’estero. In Italia la pratica si è diffusa nonostante le limitazioni. Il Ministero delle Attività Produttive effettua controlli a campione e per chi non ottempera alle richieste della normativa sono previste sanzioni che vanno da un minimo di 1032,91€ ad un massimo di 500.000€. Per maggiori informazioni al riguardo: normativa-giveaway.org  ↩
  5. Le possibilità, per essere chiari, sono due:
    • per la normativa italiana DevArt si configura come un concorso a premi e quindi l’Italia è automaticamente esclusa perché la legge vieta i premi in denaro (le 25 mila sterline, per quanto vincolate alla realizzazione dell’opera) .
    • DevArt rientra nelle eccezioni previste dall’articolo 6, comma 1, del DPR 430 e quindi vengono meno tutti gli obblighi previsti per le “manifestazioni a premio”. In questo caso diventa più difficile capire il perché dell’esclusione dei residenti in Italia dalla competizione.

    Personalmente propenderei per la seconda interpretazione, soprattutto dopo aver ascoltato il parere di una fonte che ha familiarità con l’argomento. Ma siamo sempre nel campo dell’interpretazione della norma. ↩

  6. Per capire come funziona in altri paesi Europei ho approfondito il caso della Francia, dove per organizzare un “jeu-concours” legale è previsto semplicemente deposito del regolamento del concorso presso uno “huissier”, equivalente del nostro ufficiale giudiziario. Non si parla né di cauzioni né di altri obblighi o particolari eccezioni. La legge francese è più chiara e prevede già dal 2000 delle eccezioni specifiche per i concorsi realizzati via Internet. Maggiori informazioni su questo sito ↩

Tutti i link dell’articolo si considerano come consultati in data 10 febbraio 2014.
Photo Credits: DevArt’s promo video.