Intervista: ecoLogicStudio

HORTUS

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Codingcity incontra Marco Poletto e Claudia Pasquero, co-fondatori di ecoLogic Studio, per parlare della ricerca urbana e delle attività che stanno portando avanti alla Bartlett School of Architecture, all’Architectural Association e allo IAAC.

Marco Poletto: Ciao ragazzi, prima di iniziare, mi piacerebbe sapere qualcosa di più della vostra attività. Ho visto che siete online con questo blog, nel quale è possibile trovare alcune tracce della vostra ricerca.

Davide Mariani: Esatto. Codingcity è un progetto agli albori, che sta prendendo forma dalla collaborazione di 3 persone: Enrico ed io, veniamo sostanzialmente dalla stessa formazione, cioè quella Architettonico Ingegneristica mentre Andrea è un writer con un forte interesse per l’arte e la tecnologia. La forma di espressione è quella dell’articolo, dell’intervista ma anche di attività partecipative in via di sviluppo come workshop, installazioni ed eventi, in un approccio generale spiccatamente interdisciplinare.

MP: tutto questo ha una base fisica o vive solo online? Come vi interfacciate col mondo?

Enrico Tognoni: Questa iniziativa, come Davide diceva, è nata circa da circa 2 mesi utilizzando come trampolino di lancio la rete. Alcune delle attività che siamo intenzionati ad avviare avranno sicuramente una base fisica, attualmente in via di definizione. La pubblicazione di interventi online, in quello che si può definire un blog, ci ha consentito di avviare in questa fase iniziale le prime collaborazioni.

MP: il linguaggio delle vostre attività è in inglese o in italiano?

ET: in questa fase iniziale abbiamo preferito utilizzare l’italiano per un miglior controllo dei contenuti.
Il passaggio alla lingua inglese è comunque obbligato ed è tra gli argomenti all’ordine del giorno.

MP: Leggendo i vostri interventi, sono stato piacevolmente colpito dalla la cura dei contenuti e l’attenzione per le fonti. Sul web si assiste spesso ad un continuo posting di immagini casuali, che “rimbalzano” da un sito ad un altro senza riferimenti precisi e con scarsi contenuti. Ritengo sia necessario guardare al digital design con struttura, sia nella contestualizzazione storica che artistica e tecnologica. Ritengo inoltre molto interessante il vostro tema di ricerca, improntato sull’urbano e in linea con il lavoro che noi stiamo portando avanti alla Bartlett sia come directors del Research Cluster Bio-Urban Design sia, nel caso di Claudia, come leader del nuovo MArch Post-Graduate Programme “Urban Morphogenesis”.
E’ un percorso che ci ha consentito di intraprendere collaborazioni, chiamare ospiti, organizzare lectures con filosofi, architetti, urbanisti.
Ma cominciamo pure con l’intervista…

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DM: Claudia, il titolo del nuovo MArch alla Bartlett School of Architecture della quale sei leader è “Urban Morphogenesis”. So che si tratta di uno studio non convenzionale sulla città, visto che non tratta semplicemente un sistema urbano, ma le connessioni tra due sistemi profondamente diversi: “Global Megacities” e “Resource Driven Boom Town”. Potresti parlarci meglio di questa relazione e della sua importanza per lo sviluppo urbano?

Claudia Pasquero: l’idea di Urban Morphogenesis è quella di investigare la città non da un punto di vista morfologico, ma sistemico. Ciò che si cerca di ottenere è l’applicazione di un approccio scientifico relativo all’analisi della città usando metodi computazionali e algoritmici. Questi sistemi sono stati spesso utilizzati a livello analitico, ma quel che ci interessa è vedere come vengono trasformati in strumenti di design e come abbiano quindi un’influenza sia sui processi urbani sia sulla morfogenesi dei sistemi insediativi.

MP: L’idea di morfogenesi è legata, ovviamente, alla teoria dei sistemi complessi e al concetto di comprensione della forma come risultato di un processo di auto-organizzazione e di un insieme di flussi di energia e materia che influenzano il sistema e le sue dinamiche.

CP: Il rapporto tra Megacities e Resource driven boom town è centrale nel nostro lavoro. Non vanno intesi come due paradigmi diversi: nel momento in cui concepisci la città come un sistema devi pensare alle relazioni della città stessa con gli elementi che, in qualche modo, la influenzano e la generano. In un recente intervento allo IAAC di Barcellona discutevo il fatto che in città come il Cairo la morfogenesi della città sia stata profondamente legata alla presenza del Nilo e alla sua capacità di essere una fonte di risorse; come tale, il fiume è profondamente integrato sia nel processo morfogenetico della città sia nelle dinamiche che si instaurano all’interno di essa. Spesso nelle megalopoli contemporanee le infrastrutture per l’estrazione, il trasporto o il trattamento delle risorse (minerarie, petrolifere, o di qualsiasi tipo siano) sono decontestualizzate: sono in posti definiti “the middle of nowhere”, distanti dalla città e privi di rilevanza morfologica e progettuale.
Questi posti in realtà assumono spesso l’entità di veri e propri nuclei urbani, poiché hanno dimensioni che variano dai 50000 ai 3 milioni di abitanti.

MP: La cosa importante per noi è stata quella di riuscire a includere nella definizione di città e nella pertinenza dell’Urban Design quei siti o territori che generalmente non sono considerati urbani ma che in realtà fanno parte dell’”impronta ecologica” delle città contemporanee. Siti di estrazione, miniere, cave, inurbamenti informali, generalmente sfuggono alla disciplina nei
suoi criteri “tradizionali”, nonostante occupino porzioni di territorio sempre più importanti e costituiscano un aspetto non trascurabile delle grandi metropoli in quanto parte del network della
metropoli stessa. Oltre ai processi ecologici che sono sempre all’interno delle nostre ricerche, quindi, c’è anche questa volontà di allargare gli orizzonti della disciplina urbanistica, che escludendo certi elementi non può proporre, secondo noi, soluzioni sostenibili per il futuro.

DM: Nel vostro libro “Systemic Architecture: Operating Manual for the Self-Organizing City”, avete inserito un capitolo chiamato “Urban Algorithm”. Che ruolo hanno il codice, la simulazione e gli strumenti digitali nel vostro processo progettuale e creativo?

MP: dal punto di vista del framework più ampio, possiamo dire che l’aspetto del coding, della computazione, ha all’interno del nostro paradigma di progettazione un ruolo cruciale: permette, infatti, di creare sistemi di relazioni e testare l’effetto feedback-loop che tali relazioni mettono in moto in un processo di trasformazione. In questo modo si viene a costituire un sistema dinamico, concetto che è alla base dello stesso feedback-loop sul quale si basano i sistemi viventi. Tramite il codice è possibile rappresentare questi sistemi dinamici e, di conseguenza, visto che il lavoro degli architetti e degli urbanisti
si basa sulla rappresentazione, ci permette di sviluppare teorie, prendere decisioni e pensare nuove morfologie. E’ molto importante sottolineare come l’utilizzo di queste tecniche vada al di là della semplice esplorazione di nuove morfologie, anche se ovviamente questo rimane una parte del processo. L’andare oltre è dovuto all’odierna possibilità di attingere da sistemi di processi di mapping del
territorio, sistemi GIS, real time data, etc…si può pensare di avere un approccio basato sul sistema di feedback non solo in fase progettuale ma anche nelle fasi successive: il discorso dell’”algoritmo
urbano”, così come è stato presentato nel libro, cerca di immaginare come il codice urbano non sia semplicemente operativo nella fase di design o di concept, ma possa anzi essere concepito come
una specie di “regola per la produzione ed il vissuto urbano”, come se progetto e città fossero parti interagenti e “conviventi” dello stesso sistema. L’idea della computazione va al di là della fase
progettuale e vuole essere concepita come “componente live” del sistema urbano.

CP: l’algoritmo acquisice un valore quasi socio-politico nel proporre una strategia di progettazione che adattiva e diffusa, in grado di rispondere pienamente al contesto. Questo è impossibile per una proposta top-down.

MP: Quando si ragiona a larghe scale e regimi temporali, il problema del progetto è che a un certo punto deve essere “congelato”. Non è possibile pensare a un progetto resiliente se a un certo punto deve essere bloccato in una morfologia che ne definisca la qualità; per noi un progetto deve essere definito a livello di codice, di relazione e ovviamente deve manifestarsi a livello di processo morfogenetico attraverso una molteplicità di soluzioni che si evolvono a seconda dello stato del sistema.
Questo è uno dei punti che EcoLogic studio sta esplorando all’interno della sua ricerca, come si vede nel nostro progetto in Svezia.

DM: Poche settimane fa, nelle Lecture allo Iaac di Barcellona e alla Bartlett School of Architecture di Londra, avete citato Gilles Clement per introdurre il concetto di
“Gardening”. Si può certamente affermare che “Garden” sia una delle keywords per la vostra ricerca e per la vostra produzione. Colpisce molto il fatto che tale concetto sia
presente nelle vostre proposte a scala “macro” ma anche nelle installazioni che trattano la micro-scala. Potreste spiegarci meglio questa linea-guida? In che modo micro e macro sono collegati?

CP: in realtà, collegandoci alla prima domanda, possiamo dire che noi consideriamo i vari livelli di scala come interconnessi, in quanto utilizziamo delle proposte e dei prototipi che fanno della
relazione e del collegamento la loro ragion d’essere. Di conseguenza, avendo un approccio sistemico, si parla di regimi, risoluzioni, sensitività e gerarchie di funzionamento.

MP: Parlando, invece, dell’idea del “Giardinaggio”, dobbiamo citare uno dei nostri maggiori ispiratori che è Gilles Clement, per il quale il giardino, nella sua definizione tradizionale di “Hortus
Conclusus” (quindi “spazio delimitato da bordi”), è una metafora che permette di afferrare i limiti di quello che poteva sembrare illimitato, come la biosfera: noi abbiamo cercato di viaggiare dalla biosfera al giardino di HORTUS all’Architectural Association, nella quale elementi biologici vengono manipolati attraverso strumenti digitali per creare nuove visioni di ecologia urbana collettiva.
Si può dire che il concetto sia di tipo trans-scalare proprio per questo motivo. Dall’altra parte l’idea di Giardinaggio viene dalla pratica del vero e proprio “gardening”. Se vogliamo, questa è anche una polemica per la professione dell’architetto, abituato a produrre tanta carta, tanti concetti, che però spesso non hanno niente a che fare con la complessità e la ricchezza della vita e dei sistemi viventi. Gilles Clement contrappone spesso il Giardiniere al Landscape Architect, affermando di preferire il primo, perché è quello che “si sporca le mani” e affronta il suo progetto di giardino con la necessità di negoziare le ecologie che lo compongono. Da questa negoziazione dinamica e continua, emerge il giardino, la sua morfologia, i suoi colori. Per questo consideriamo il progettista del futuro un po’ come un “cyber-giardiniere”.

DM: Condivido la vostra presa di distanza dal termine “sostenibilità” nel modo in cui viene comunemente concepito attualmente. Nei confronti della natura si trova spesso il radicato concetto di “conservazione”, “salvaguardia”, come se si parlasse di un sistema completamente avulso da quello in cui l’uomo vive e si relaziona. Ciò evidenzia il punto di vista ancora fortemente antropocentrico dell’umanità, che non si sente parte della natura, ma guarda ad essa come a qualcosa di “altro”. E’ presente questo spirito critico nelle vostre installazioni come H.O.R.T.U.S. o Alive? La vostra ricerca è anche un messaggio per guidare verso una “nuova ecologia”?

MP: Secondo me il problema non risiede nel fatto che l’uomo si senta parte della natura o si senta al di sopra: il problema è la tecnologia che l’uomo ha sviluppato e che viene sempre vista come estranea alla natura stessa. E’ necessario un cambiamento della linea di pensiero, altrimenti questa opposizione uomo-natura e quello che tu hai giustamente chiamato antropocentrismo non verranno mai superati…e questo, di conseguenza, rende difficile anche sviluppare framework più complessi e sensibili.
La gente si stupisce di quanto sia sofisticato l’iPhone, che è semplicemente un gadget sviluppato all’interno di un sistema  in grado di generare profitto per chi lo vende. Io credo, però, che
l’importante sia valutare i possibili effetti collaterali di questi strumenti. Noi nelle nostre installazioni cerchiamo di essere un po’ “hackers” e di mostrare l’utilizzo di tecnologie in modi diversi da quelli per cui sono state progettate. Cerchiamo di creare delle combinazioni progettuali tra tecnologia, biologia e spazio architettonico in modo da immaginare scenari in cui questi diversi aspetti vengano fatti cooperare in un nuovo framework che cerca di superare l’idea semplicistica di salvaguardia a vantaggio di nuovi paradigmi.

CP: La risposta alla domanda è sicuramente “Si”. Quello che noi cerchiamo di sottolineare è il passaggio da una visione antropocentrica ad una visione sistemica. Dire che tale visione sia non
antropocentrica è comunque un azzardo, visto che inevitabilmente si considera un punto di vista umano. Quel che si vuole criticare è la considerazione del sistema umano come separato dal
sistema natura, con il quale spesso non c’è un dialogo ma una relazione basata sull’utilizzo e lo sfruttamento della natura stessa. La teoria del linguaggio di Bateson, dalla quale tra l’altro deriva il
nome EcoLogic Studio, parla anche del dialogo e delle relazioni che si possono creare alle varie scale tra i sistemi interconnessi. Questo si ricollega alla domanda che ci hai posto sul rapporto “micro-macro” all’interno della nostra produzione. Se si pensa di dover sfruttare una risorsa, il punto non è se sfruttarla o meno, ma in che modo si possa creare una relazione e un’interazione tra sistema risorsa e sistema umano. L’idea è quella di creare relazioni a scale diverse: individuo, comunità, città devono essere in qualche modo partecipi e in contatto con questo scambio che avviene tra i sistemi, compresi quelli
di produzione e di sfruttamento dell’energia. Questo è un po’ il nostro concetto di ecologia.

DM: Come Directors del Cluster BIO-UD presso la Bartlett School of Architecture, potreste parlarci del vostro modo di concepire il concetto di “Bio-hacking”?

MP: più o meno abbiamo già risposto…però in modo più semplificato possiamo dire che nel BIO
UD Cluster lavoriamo su una scala più strategica, nella quale cerchiamo di sviluppare modelli biomimetici di intelligenza collettiva studiando insetti come termiti o formiche e osservando la loro capacità di creare strutture e risolvere problemi di varia complessità attraverso comportamenti emergenti. Questi principi sono oggetto di studio da anni e sono stati impiegati anche in robotica, mentre in urbanistica non sono stati approfonditi; anche per questo riteniamo che meritino attenzione.
La nostra idea è quella di estrarre modelli digitali dai quali ottenere possibili informazioni e analogie con i modelli urbani.
Un altro aspetto è quello del “micro”, del “nano”, delle biotecnologie: noi stiamo lavorando sulla bioenergia non tanto per la ricerca di nuovi biocarburanti, ma proprio per la creazione di nuovi
metabolismi integrando i processi di alghe, batteri, etc all’interno di grandi sistemi.
C’è il tentativo di superare il concetto di “energia rinnovabile” nella sua accezione più diffusa e semplicistica, fatta di enormi infrastrutture per la produzione di energia (come le wind farm), di sistemi solari o fotovoltaici, che sono tutte parti di un paradigma che vogliamo superare. Vogliamo creare nuovi strati bioattivi che funzionino da metabolismo urbano e sostituiscano le grandi infrastrutture energetiche.

All photos courtesy of ecoLogicStudio.