/ Library/ Research di: Enrico Tognoni

La rivoluzione dimenticata – L. Russo

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Il concetto di modello teorico è alla base del pensiero scientifico moderno e costituisce uno strumento imprescindibile per lo sviluppo della ricerca contemporanea e per qualsiasi attività di progettazione creativa.

Sicuramente, l’aspetto più interessante di questo strumento è la possibilità di muoversi liberamente all’interno del mondo teorico fino ad arrivare a punti in cui le regole di corrispondenza non associano nulla di reale. A quel punto si può costruire la realtà, avendone il modello: le teorie diventano così modelli per nuove tecnologie.

Questa nozione, data oggi per scontata, trova le sue origini in età ellenistica. Il legame genetico tra metodo dimostrativo (apodeixis) e retorica può suggerire che questo approccio affondi le proprie radici nelle cultura orale. Ma così non può essere poiché la definizione di un modello richiede la costituzione di vaste teorie unitarie, basate su termini univocamente definiti: richiede cioè la diffusione di un codice scritto condiviso.
Un ruolo decisivo per la sua formazione deve essere attribuito ad un fenomeno di fondamentale importanza: la nascita di una civiltà sincretistica, nata da una contaminazione linguistica e culturale  tra dominatori (una minoranza greca) e dominati.
Sembra però che nella coscienza storica collettiva vi sia una sorta di rimozione della rivoluzione sviluppatasi nel III secolo a.C.
La scienza ellenistica, dopo essersi sviluppata in modo straordinario, entrò in crisi nel secolo successivo a causa dell’incontro con la magia e la superstizione.
In quelli che erano stati i centri dell’ellenismo prendono definitivamente il sopravvento correnti irrazionalistiche. Le conoscenze chimiche, contaminate da elementi magico-religiosi, danno origine all’alchimia e le conoscenze astronomiche sopravvissute vengono usate come linguaggio utile per la formazione degli oroscopi determinando una sorta di silenziosità destinata a durare fino al al XV secolo d.C.

Galileo fu il primo a costruire un “nuovo codice scientifico”, riuscendo a riprendere sia l’idea del metodo sperimentale sia quella del metodo dimostrativo, nati in età ellenistica.
La scienza moderna fu caratterizzata da uno sviluppo molto rapido che la portò ad apparire molto più “potente” rispetto a quella antica.
Ma gli elementi di superiorità della scienza moderna non poggiavano su idee radicalmente nuove, ma piuttosto sul fatto che frammenti dell’antica cultura ellenistica avevano di nuovo avuto la possibilità di svilupparsi nell’Europa moderna.
La scienza moderna aveva un grave elemento di debolezza: quello di basare i propri risultati sull’acquisizione di elementi esterni, elaborati da una civiltà diversa[1].

Nel 700 accadde qualcosa di nuovo. Per la prima volta si era riusciti a costruire teorie e modelli coerenti che si poteva sperare di sviluppare con il solo aiuto dei “lumi” della ragione. La scienza europea, convinta di poter finalmente camminare con le proprie gambe, visse, attraverso l’ideologia illuministica, un violento fenomeno di rigetto dell’antica cultura da cui era nata e di rimozione del suo ricordo.
Fu allora che la vera rivoluzione fu dimenticata.

Oggi utilizziamo strumenti e tecnologie potentissime, spesso in maniera impropria.
Penso che un loro corretto utilizzo non possa prescindere dalla comprensione del processo evolutivo che hanno avuto nel corso del tempo.

 


[1] Fino agli anizi del 900 era molto diffusa una concezione molto rozza: quella secondo cui la scienza sarebbe un insieme di affermazioni certamente vere. Ma la continua e rapida modifica dei principi scientifici (aithmata) ha reso insostenibile questa tesi poiché essa costringeva a considerare non scientifiche tutte le teorie superate. Una buona definizione di scienza deve considerare scientifiche anche teorie tre loro contraddittorie come i principi della meccanica quantistica e quelli della relatività generale.