/ Urban Culture di: Davide Mariani

Megacities Flowl

PARAIS”POLIS

“La città è il correlato della strada. Esiste soltanto in funzione di una circolazione e di circuiti: è un punto notevole su circuiti che la creano o che essa crea. Si definisce per entrate e uscite, è necessario che qualche cosa vi entri e ne esca. Impone una frequenza. Opera una polarizzazione della materia, inerte, vivente o umana; fa in modo che il phylum, i flussi passino qui o là, su linee orizzontali”[1]

Come le ossa hanno permesso il complesso svilupparsi del phylum animale, così la nascita dell’infrastruttura urbana svolse una funzione di controllo del movimento con le dense popolazioni umane. I flussi che attraversano, permeano e fanno pulsare una città, però, non si riducono esclusivamente ad entità fisiche, ma vanno ricercati in un sistema estremamente più complesso. La città duale contemporanea è un eclatante esempio di come fattori legati, ad esempio, al mondo dell’economia, della sociologia o della tecnologia siano in grado di plasmare la conformazione urbana.

Il termine “città duale” venne coniato dai sociologi Borja e Castells per indicare la polarizzazione sociale ed economica conseguente alla crisi del settore produttivo vittima delle delocalizzazioni. Nelle megalopoli, e quindi nei paesi più poveri, sono sempre crescenti due tipi di offerta lavorativa: quella per impieghi con elevata specializzazione  e quella per occupazioni di basso profilo, appartenenti al settore informale dell’economia e riguardanti in massima parte donne e immigrati. La smodata crescita della città dettata dal modello duale porta ad una netta e violenta divisione delle economie, perfettamente riflessa nello spazio urbano che offre realtà opposte senza soluzione di continuità: si creano una città formale ed una città informale, che si cibano l’una dell’altra in un rapporto di sottomissione conflittuale. La prima è occupata da impiegati di banca, esperti di alta finanza e, in generale, detentori dell’informazione (Saskia Sassen li chiama lavoratori della conoscenza), mentre la seconda da individui coinvolti in impieghi occasionali pagati in nero (baby-sitter, inservienti,..).

HABITAT, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa degli insediamenti umani, ha riportato nel suo rapporto Challenge of slums (2003) i dati riguardanti le condizioni materiali di residenza all’interno delle parti degradate delle megalopoli, riscontrando innanzitutto una totale assenza di pianificazione e una forte carenza di requisiti essenziali dell’abitare, quali accesso all’acqua, fognature, servizi igienici, spazi vitali, garanzia del possesso. Il percorso è asimmetrico: va dalla città informale a quella formale senza che mai avvenga il contrario, se non per rapporti di tipo parassitario come il furto dell’energia elettrica.

Nel 2001 circa un miliardo di persone viveva all’interno di slums ed è necessario sottolineare che non tutti i soggetti che vivono nelle baraccopoli sono poveri e, allo stesso tempo, non tutti i poveri vivono nelle baraccopoli (paradossalmente i “poveri della città formale” sono in condizioni peggiori, in quanto costretti in rifugi malsani come le fogne o i cassonetti). Spesso, infatti, i soggetti degli insediamenti informali sono occupati in impieghi formali all’interno della città: si recano in essa esclusivamente per lavoro per poi tornare nello slum senza avere la possibilità di lasciarlo, per il semplice fatto che chi abita nello slum legalmente non esiste. Lo slum vive e cresce grazie a questo sistema dettato dalla polarizzazione duale.

Secondo Mike Davis, esistono due modalità di sviluppo per la città informale:

  • per invasione, dove spazi pubblici o privati vengono occupati con l’autocostruzione
  • per urbanizzazione pirata, dove i privati speculano sullo spazio costruendo baracche per poi affittarle agli “slum citizens”.

In entrambi i casi, la presenza della bidonville viene tollerata finchè lo spazio che occupa non diventa appetibile per la città formale, la quale, detenendo potere e strumenti di pianificazione, agisce sempre per il proprio ampliamento e mai per migliorare le condizioni delle aree degradate.

La crescita smodata non è unicamente della città formale: ad essa corrisponde, contemporaneamente, quella dello “slum annesso”, denotando una profonda crisi dell’urbano ed una negazione dello spazio come luogo di integrazione ed aggregazione, a favore di un vero e proprio muro permeabile unidirezionalmente tra due realtà opposte ma perversamente e strettamente connesse.

 

 

 



[1] G. Deleuze – F. Guattari, Millepiani: Capitalismo e schizofrenia, p. 17, Castelvecchi, Roma, 1997