/ Urban Culture di: Davide Mariani

Spazi Hacker

parkour

hacker /’aker/ (ha•cker) s.m. e f.inv. (TS) inform.
chi si inserisce in un sistema di elaborazione disturbandolo o sabotandolo

UTET – Grande Dizionario Italiano dell’uso

 

“L’essenza di un “hack” consiste nell’esser fatto velocemente e di solito in modo poco elegante. Ottiene lo scopo desiderato senza cambiare lo schema del sistema in cui si inserisce. Nonostante sia spesso in contrasto con lo schema del sistema più grande, un hack è generalmente molto intelligente ed efficace”

TMRC del MIT, Boston

 

Negli anni ’50 alcuni studenti del Massachussets Institute of Technology di Boston riuscirono ad accedere al computer della scuola riservato ai soli docenti. Vennero chiamati hacker. Fino a quel momento il termine hack indicava una sorta di gioco, di scherzo creativo e innocuo, ma dopo l’infiltrazione all’interno del calcolatore a schede perforate del MIT, assunse una valenza quasi reazionaria e sovversiva. Era diventato un termine di ribellione.

I primi ad autodefinirsi “hacker” furono alcuni membri del club di modellismo ferroviario (Tech Model Railroad Club) dello stesso MIT, che realizzarono un sistema di relè e interruttori, analogo a quello che regolava il sistema telefonico del campus, per gestire il circuito elettrico dei modellini del club e osservarne il comportamento. Era sufficiente che un membro del club inviasse i vari comandi da un telefono del campus, mentre gli altri studiavano i movimenti dei trenini. Questo fu un “hack in senso tradizionale”: innocuo e ingegnoso.

Ben presto, però, la grande domestichezza dei ragazzi nei confronti dell’elettronica li portò all’utilizzo delle loro conoscenze per accedere al sistema informatico del campus a loro piacimento, sfruttando soprattutto le macchine appena arrivate, delle quali avevano più padronanza dei professori stessi. In sostanza, i membri del TMRC, nelle loro scorribande di “guastamento dati” divennero una sorta di gruppo difensore della libera condivisione e della libera informazione, formarono il Laboratorio di Intelligenza Artificiale e, tra loro, ci fu chi dal proprio garage degli anni ’60 diede un apporto determinante all’Information Technology.

La città è piena si spazi oggetto di hacks: a seguito di una pianificazione urbana al servizio della produzione e della macchina, si assiste spesso alla riconquista di porzioni di città attraverso azioni sovversive. Facendo un esempio estremamente semplicistico, un atleta che fa parkour usa lo spazio pubblico infrangendo i vincoli e le imposizioni dello stesso. La sua esplorazione della città si sviluppa non più dipendendo da limiti come strade, pareti, scale,..ma da variabili quali il suo peso, la sua velocità, la sua agilità, il suo corpo. Le barriere diventano ostacoli da superare. Il corpo e l’agilità dell’atleta diventano una piattaforma in senso ampio: è il punto di vista hacker all’interno di un sistema. Lo spazio viene impregnato di una nuova vita alternativa e apparentemente in contrasto con il programma; in realtà, pur essendo disatteso, il programma viene riattivato in chiave diversa.

E’ qui che risiede l’energia di un hack: nel desiderio di dedurre cose nuove in un sistema dato.