/ Dialogues di: Enrico Tognoni

Un’intervista con Giacomo Costa

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Ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione. Anche quello che sembra statico alla percezione sensoriale in realtà è dinamico e in continuo cambiamento.
Guardando la storia della città, potremmo dire che ogni forma emersa è destinata a scomparire per lasciar spazio all’emergere di nuove forme.

Giacomo Costa, affermato artista internazionale, fin dagli inizi della sua carriera ha esplorato questo ed altri temi di grande interesse per CodingCity;
dalle prime opere di decodificazione urbana mediante collage alle rappresentazioni digitali del rapporto uomo-natura come divenire del territorio.

Ancor prima di artista affermato Giacomo si è mostrato fin da subito persona di grande disponibilità nel rispondere ad alcune domande che già mi ero posto anni fa quando, per la prima volta, avevo visto alcuni dei suoi lavori in occasione della X Biennale di Venezia.

ET_La tua attività artistica ha come mezzo di espressione l’elaborazione digitale, dal collage metropolitano messo in atto nelle prime opere fino ad arrivare alla modellazione 3D dei tuoi paesaggi. Perchè hai scelto questo strumento per la rappresentazione delle tue opere? Cosa ti offre rispetto alla fotografia?

GC_Non ho mai trovato particolare interesse per la fotografia come mezzo di documentazione della realtà mentre ho sempre trovato potente la sua intrinseca sensazione di realismo. Fin dall’inizio della mia ricerca ho cercato di utilizzare la fotografia per creare finzioni che sembrassero, a primo impatto, vere. Da prima in camera oscura e poi, con l’avvento del digitale, prima elaborando immagini vere per poi finalmente arrivare alla realizzazione di immagini completamente generate al computer. In questo modo adesso posso dipingere in qualità fotografica, realizzando così paesaggi che stanno nella mia mente.

ET_Vieni frequentemente descritto come l’artista dell’apocalisse. Ti riconosci in questa descrizione o la ritieni riduttiva?

GC_La mia ricerca parte dall’osservazione della realtà e della trasposizione in immagini di quelle che sono le ansie e le angosce della contemporaneità. Prima dell’invenzione della bomba atomica, nessuna forma di vita era in grado di estinguere se stessa e le altre, nessuna guerra, per quanto cruenta, ha mai messo a repentaglio la vita sul pianeta. Dopo l’atomica e la sua proliferazione, nel periodo della guerra fredda, l’uomo per la prima volta ha avuto questo tremendo potere. Adesso siamo in grado di minacciare la nostra esistenza, e forse non solo la nostra, in tempo di pace, con il nostro stile di vita e con i nostri modelli di sviluppo insostenibili.
Questo radicale cambiamento di prospettiva è avvenuto nell’arco di pochi anni tanto da renderci testimoni viventi di un passaggio che cambierà per sempre la storia della vita sul pianeta.
Noi siamo dunque attori di una trasformazione epocale del concetto stesso di vita e di futuro e ritengo sia difficile per un’artista non sentire la necessità di testimoniare tutto ciò.

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ET_Gran parte delle tue opere riguardano la città, sia essa ricombinata tramite la tecnica del collage, sia essa rielaborata nei suoi rapporti con il tempo e la natura. Perchè l’ambiente urbano è spesso al centro della tua attenzione?

GC_Uso la città come una metafora per rappresentare i comportamenti degli uomini nella storia e nella contemporaneità. Osservando le architetture si può capire quale sia l’idea di civiltà, di progresso e di sviluppo che ha o aveva la società che le ha costruite. Gli edifici si stratificano nel tempo e nella storia, interagiscono, si sostituiscono secondo le logiche del pensiero che mutano seguendo la cultura del momento. Sia che vengano preservati o ridotti a rovine, entrano a far parte del nostro vissuto in maniera indelebile. Ecco perché la città è così centrale nella mia ricerca che si pone appunto l’obbiettivo di descrivere il rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.

ET_ Nelle tue opere la relazione tra paessagio costruito e flusso tempo è sempre ben presente, sia che si traduca in un’azione di inesorabile decadimento urbano, sia che si riveli come sottrazione del territorio alla città da parte della natura.
Questo processo di divenire è particolarmente evidente in alcune tue opere come atto n.3, atto n.4 e persistenza n.2. Cosa lega tanto la tua attività artistica alla trasformazione del paesaggio?

GC_Come detto precedentemente, l’uomo interagisce fortemente e spesso violentemente con l’ambiente circostante, a volte in maniera armonica altre volte in maniera conflittuale e totalmente privo di regole sostenibili. In un modo o nell’altro, questo rapporto tra l’agire umano, da me metaforicamente rappresentato con le costruzioni, e l’ambiente naturale è la perfetta esemplificazione del mio pensiero.

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ET_Trovo di grande interesse una pratica ricorrente in molte delle tue opere: l’innesto di un elemento surreale in un contesto apparentemente reale. Tale elemento assume nelle tue rappresentazioni le sembianze di un corpo fuori scala, tecnologico (come in costruzione n.4) o naturale (come in ground 1). Questo elemento ha un ruolo particolare nelle tue opere?

GC_Gli elementi metafisici di incerta provenienza, che spesso colloco nelle mie immagini, rappresentano quel qualcosa che sfugge alla comprensione dell’uomo, che sta al di sopra della nostra conoscenza, un insieme di regole che mettono in relazione l’essere umano e il suo agire con la natura che non può controllare e comprendere. Gli oggetti fuori scala rappresentano dunque quel livello di ignoto che spinge molti ad appoggiarsi al sovrannaturale o ad una sorta di laico e metaforico punto di domanda che ci sovrasta e ci ricorda che non tutto dipende dal nostro volere.

ET_Dalle prime opere a quelle più recenti, pur con lo stesso approccio, la tua attenzione si è rivolta a paesaggi e temi differenti. Cosa ci dobbiamo aspettare nel prossimo futuro dalla tua attività artistica?

GC_Il flusso della mia creatività si muove in direzione circolare in funzione anche del mio stato d’animo e del modo che ho di guardare ciò che mi circonda. A volte l’uomo e la sua potenza sembrano poter dominare e sottomettere la natura mentre un attimo dopo è la natura a riprendersi i suoi spazi con noncurante violenza. Ma poi l’uomo rialza la testa e persevera nel suo agire iniziando di nuovo da capo il suo contendersi gli spazi vitali che lo circondano.
Molto di quel che farò dipenderà anche da cosa realmente la nostra civiltà farà essendo io un attento osservatore del reale sebbene costruttore di immagini di mondi che esistono solo nella mia mente.